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La lezione della pandemia

Su: Patrick Boucheron, Peste Noire, Seuil


di , 11 maggio


Catastrofe demografica senza precedenti, la Peste Nera sconvolse l’equilibrio economico, sociale e culturale dell’Europa medievale nel XIV secolo. Considerata a lungo un punto di svolta fondamentale, oggi si rivela un monito sulle strutture, i limiti e la resilienza delle società medievali.

La storia dell’umanità è punteggiata d’incontri brutali con patogeni capaci di diffondersi su molteplici continenti (dunque, di causare pandemie), e talvolta sul mondo intero. L’episodio più recente è ovviamente quello di Covid-19, ma il più brutale rimane, senza dubbio, la Peste Nera del XIV secolo – o più precisamente, almeno per quanto riguarda Europa e Mediterraneo, la peste del 1347-52, capace di causare, in quest’area, la morte della metà circa degli abitanti (la stima esatta rimane incerta), ovvero più o meno cinquanta milioni di vittime [1]. La peste segnò profondamente non solo le coscienze dei sopravvissuti, ma la cultura occidentale (e non solo occidentale) più in generale. Altrettanto importanti furono le sue conseguenze demografiche ed economiche: la terribile pandemia, i cui effetti furono ampliati e resi duraturi dalle frequenti pestilenze successive, causò una perdurante scarsità di uomini – ma, per tale via, ebbe anche conseguenze positive (ovviamente solo per quanti erano stati così fortunati da sopravvivere), producendo un aumento della disponibilità di risorse pro-capite, un miglioramento dei salari e in generale delle condizioni offerte ai lavoratori, e una riduzione della disuguaglianza economica.

Lo strano clamore del presente

Data la sua assoluta centralità nella storia globale, e certamente in quella europea, alla Peste Nera sono stati dedicati fiumi d’inchiostro [2]: ora anche da Patrick Boucheron, con il suo imponente saggio Peste noire. Si tratta, va chiarito, di un libro scritto da uno storico medievista molto affermato, cattedratico del Collège de France e autore di numerosi volumi di grande ambizione e successo, ma non specialista dello studio della peste o altre epidemie. L’interesse di Boucheron per la peste, come egli narra nell’introduzione al volume, proviene dall’esperienza del Covid-19. L’autore ha dunque sperimentato, come tutti noi, “lo strano clamore prodotto dall’irruzione del presente nelle cose del passato” (p.18), e ha cercato –da bravo professore universitario– di renderlo intelligibile a sé stesso e agli altri tramite lo studio e l’insegnamento.

Il libro, dunque, ha all’origine due anni di corsi presso il Collège de France, anni durante i quali Boucheron si è immerso nella lettura di una storiografia recente sulla peste che, senza dubbio, deve aver trovato per molti versi sorprendente. Qui sta il vantaggio del non-specialista: osservare con sguardo nuovo e curioso quanto altri danno per scontato, collegarlo alle proprie competenze, e proporlo sotto forma di libro a un pubblico ampio, anch’esso tendenzialmente non-specialista, con grande efficacia. Diciamolo subito: come esperimento di alta, anzi altissima, divulgazione scientifica, Peste noire è perfettamente riuscito. Si tratta di un libro meticoloso, generalmente molto ben informato, dettagliato senza diventare pedante. Lo stile di scrittura è certamente accattivante, per quanto talvolta un po’ troppo sopra le righe. Sarebbe errato dire che si tratta di un saggio che si legge come un romanzo, anche perché il fine non è certamente quello di fare concorrenza alla narrativa: piuttosto, si può dire che si tratta di un saggio accessibile in modo encomiabile e che non mancherà di appassionare quei lettori colti e curiosi che non si lasceranno scoraggiare dalle sue oltre 500 pagine.

La storia nei geni

Il libro inizia trattando dell’identificazione della peste, a partire dai protagonisti della “rivoluzione batteriologica” ottocentesca che sfruttarono l’occasione dell’epidemia di Hong Kong del 1894 per cercare d’identificare il patogeno che aveva causato così tanta rovina alle società umane; il vincitore di questa sorta di gara scientifica fu Alexandre Yersin, medico svizzero naturalizzato francese e allievo di Louis Pasteur. Il resoconto di queste vicende introduce una disamina della natura del patogeno medesimo e delle sue caratteristiche epidemiologiche e biologiche. Fin da subito, veniamo informati di come le ricerche recenti basate sulle tracce di DNA sopravvissute nei resti scheletrici dei cimiteri della peste stanno trasformando profondamente le nostre conoscenze sull’origine e la diffusione del patogeno. È chiaro che Boucheron è rimasto colpito da questi nuovi risultati, che in effetti sono estremamente interessanti – anche se (e l’autore lo riconosce espressamente) rimangono ben lontani dal fornire risposte adeguate a tutte le nostre domande, incluse quelle di natura strettamente epidemiologica. Ad esempio, perché la peste sparì dall’Europa e dal Mediterraneo dopo l’VIII secolo, al termine di un lungo ciclo epidemico iniziato con la peste detta di Giustiniano del 541-542? E perché, nel XVII secolo, colpì in modo molto più duro il Sud rispetto al Nord del nostro continente, favorendo lo spostamento del baricentro economico dell’Europa dal Mediterraneo al Baltico [3]?

Il volume procede quindi ad affrontare aspetti circa i quali le nostre conoscenze sono assai più ampie rispetto ad appena qualche anno fa, e spesso contrastano nettamente con ciò che un tempo si dava quasi per scontato. Non solo l’origine geografica della Peste Nera, che studi recentissimi hanno collocato nella regione di Tian Shan in Asia centrale nel 1338 [4] (ipotesi che probabilmente resterà dibattuta ancora a lungo), ma soprattutto la sua diffusione in aree non-europee, in particolare in Asia e nell’Africa sub-sahariana. Si tratta di un passaggio fondamentale per superare un’impostazione che è stata troppo a lungo focalizzata quasi esclusivamente sull’Europa e sul Mediterraneo.

Nel seguito del volume, tuttavia, l’attenzione torna sull’Europa, per dare conto delle ricerche accumulate da generazioni di storici di varia specializzazione e nazionalità. Sia detto per inciso: le competenze linguistiche di Boucheron sono notevoli e gli hanno consentito di superare i limiti che troppo spesso riscontriamo in libri ambiziosi ma costruiti a partire quasi esclusivamente da ricerche pubblicate in lingua inglese. Vengono così affrontati temi quali il computo delle vittime dell’epidemia, il suo impatto sulle disuguaglianze di reddito e di ricchezza (che, almeno in Europa, si ridussero considerevolmente: evento rarissimo nella storia dell’Occidente [5]!), e le pratiche e le dottrine sviluppate per cercare di contenere la diffusione del contagio. Il libro si conclude con un’analisi dell’impatto della Peste Nera sulla psicologia collettiva, sulla cultura e sulle forme di espressione artistica, fornendo qualche rapido cenno circa le ultime epidemie attestate in Europa e altrove, e sottolineando il modo in cui la Peste Nera ha segnato letteratura e arte nel corso dei secoli.

“Big picture” e “vita vissuta”

Come già detto, vi è molto di apprezzabile in Peste noire. Dalla prospettiva della storia economica e della demografia storica –che è quella di chi scrive– è senz’altro positivo riportare in evidenza quanto sappiamo della “vita vissuta” durante la terribile pandemia, non solo per fornire esempi accattivanti, ma per ricordarci che, oltre la “big picture” che oggi tende a dominare la scena della narrazione storica internazionale (anche proprio per la crescente interazione con le “scienze dure”), rimane una dimensione micro-storica e umana –oltre che “umanistica”– almeno altrettanto importante. Trattandosi di un libro scritto da un non-specialista con l’intento, abbastanza chiaro, di essere accessibile, sarebbe anche ingeneroso sottolineare una serie di piccole imprecisioni, forse refusi, probabilmente inevitabili in un libro costruito a partire da una massa così ampia di letture. [6]

Da un punto di vista scientifico, può essere discutibile l’adozione acritica della tradizionale divisione della storia della peste in tre “pandemie”. Per intenderci, la Peste Nera introdurrebbe la seconda di tali pandemie, che ebbe termine solo nel XVIII secolo, mentre la terza “pandemia” avrebbe avuto origine nello Yunnan in Cina nel XIX secolo e continuerebbe tutt’oggi. Questa divisione non corrisponde alla modalità corretta di impiego del vocabolo “pandemia” che propriamente indica, come evidenziato in apertura, un’epidemia capace di diffondersi su più continenti [7]. Così, la Peste Nera di metà XIV secolo fu una pandemia a sé stante, distinta dagli episodi successivi di ri-diffusione del contagio.

Si deve inoltre rilevare che alcune affermazioni, ad esempio quella secondo cui “i nostri libri di storia non organizzano la loro narrazione da una parte e dall’altra della cesura [della Peste Nera]” (p. 18), sono probabilmente vere in generale, ma non se applicate a settori specifici della ricerca storica – certamente non alla storia economica che, negli ultimi decenni (e da ben prima del Covid), ha identificato in questa terribile pandemia uno spartiacque fondamentale nella storia dell’umanità [8]. Così, alcuni studiosi vi hanno identificato (a torto o a ragione) le origini del successo dell’Europa occidentale rispetto all’Asia orientale [9]; il punto di partenza di una crescente divergenza, tra Nord e Sud Europa, nei livelli salariali e nei tassi di partecipazione femminile al mondo del lavoro [10]; un radicale re-bilanciamento nel rapporto tra popolazione e risorse; e così via. Infine, il libro dedica molta attenzione ad avvenimenti occorsi nel XIX e primo XX secolo, quali la già citata “gara” per l’identificazione del patogeno – ma l’età moderna, che ha attratto molti degli studi della peste più innovativi degli ultimi anni (anche data la disponibilità di fonti d’archivio più numerose e varie rispetto al Medioevo), rimane curiosamente sotto-rappresentata.

Lo storico e lo scienziato

Per chiudere, vi è un aspetto riguardo al quale Boucheron sembra aver trovato un buon punto di equilibrio: il rapporto tra indagine storica e scienze dure. Infatti, nell’analizzare e rielaborare i risultati della letteratura scientifica (in particolare quella che ha alla sua origine i dati paleo-biologici e gli studi filogenetici), da cui è chiaramente, e comprensibilmente, affascinato, egli non cade nella trappola di affidarvisi ciecamente. Questo, agli occhi di chi ha seguito gli sviluppi di tale letteratura nel corso degli anni, esporrebbe a gravi rischi visto la tendenza degli studi più recenti a modificare radicalmente, se non ribaltare, quelli precedenti: non meno “scientifici”, ma basati su meno casi di studio e realizzati a partire da tecniche di laboratorio e di analisi dei dati meno raffinate. Come afferma giustamente l’autore, “la scienza non potrà mai abolire una questione da storico” (p. 74); al massimo, la spiazzerà e l’espanderà – e la renderà più interessante.

Patrick Boucheron, Peste Noire, Paris, Seuil, « L’Univers historique », 2026, 576 p., 27 €.

di , 11 maggio

Pour citer cet article :

Guido Alfani, « La lezione della pandemia », La Vie des idées , 11 maggio 2026. ISSN : 2105-3030. URL : https://booksandideas.net/La-lezione-della-pandemia

Nota Bene:

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Note

[1Guido Alfani, « Epidemics and Pandemics: From the Justinianic Plague to the Spanish Flu », in C. Diebolt, M. Haupert (eds.), Handbook of Cliometrics. Berlin: Springer, 2023.

[2Per limitarsi ad alcuni volumi più o meno recenti: Samuel K. Cohn, The Black Death Transformed, Arnold, 2002; Oleg Benedictow, The Black Death 1346-1353: The Complete History, Boydell Press, 2006; Monica H. Green (ed.), Pandemic disease in the Medieval world. Rethinking the Black Death, Arc Medieval Press, 2015; Bruce Campbell, The Great transition: climate, disease and society in the Late Medieval world, Cambridge University Press, 2016.

[3Guido Alfani, « Plague in Seventeenth Century Europe and the Decline of Italy: an Epidemiological Hypothesis », European Review of Economic History, vol. 17, 2013, pp. 408-430.

[4Maria A. Spyrou et al., « The source of the Black Death in fourteenth-century central Eurasia », Nature, Vol. 606, 2022, pp. 718-724.

[5Guido Alfani, « Inequality in history : A long-run view », Journal of Economic Surveys, vol. 39, n° 2, 2025, p. 546-566.

[6Ad esempio (p. 34), la peste del 1630 uccise (probabilmente) in Italia settentrionale circa due milioni di persone, non un milione come riportato dall’autore.

[7John M. Last, A dictionary of epidemiology, 4th edn. Oxford University Press, 2001, p. 131.

[8Per una sintesi recente, si vedano Guido Alfani e Tommy E, Murphy, « Plague and Lethal Epidemics in the Pre-Industrial World », The Journal of Economic History, vol. 77, no. 1, 2017, pp. 314-343; Remi Jedwab, Noel D. Johnson, and Mark Koyama, « The Economic Impact of the Black Death », Journal of Economic Literature, vol. 60, no. 1, pp. 132–178.

[9Gregory Clark, A Farewell to Alms, Princeton University Press, 2007.

[10Tine De Moor, Jan Luiten Van Zanden, « Girl power: the European marriage pattern and labour markets in the North Sea region in the late medieval and early modern period », The Economic History Review, vol. 63, 2010, pp. 1-33; Mattia Fochesato, « Origins or Europe’s North-South Divide: Population changes, real wages and the ’Little Divergence’ in Early Modern Europe », Explorations in Economic History, vol. 70, 2018, pp. 91-131.

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